I primi riscontri dai dati

La chiusura dello Stretto di Hormuz è oggi uno dei principali rischi esterni per l’Asia. Oltre al rapido aumento dei prezzi di petrolio e GNL, la vera criticità riguarda la durata dell’interruzione. Un blocco prolungato impatterebbe l’Asia su tre fronti: approvvigionamento, ragioni di scambio e inflazione.

Nell’area euro, i sondaggi sul sentiment dei consumatori e delle imprese si sono già indeboliti in modo significativo. Tuttavia, poiché nel periodo post-pandemico tali rilevazioni sono risultate spesso eccessivamente allarmistiche, gli indicatori che seguono più da vicino l’andamento effettivo dell’economia offrono una guida più attendibile. È il caso degli indici PMI (Purchasing Managers’ Indices), che presentano l’ulteriore vantaggio di essere frequenti e tempestivi; tali indici coprono una serie di variabili, relative per esempio ai livelli di attività, ai nuovi ordini e ai prezzi di acquisto. Per ogni voce, l’indice riflette la percentuale di imprese che riportano una crescita rispetto a quelle che segnalano una contrazione. Il grafico della settimana mostra una misura ponderata dei nuovi ordini e dei prezzi di acquisto basata sui PMI di Stati Uniti, area euro, Giappone e Regno Unito.

Quali prime indicazioni forniscono i PMI sugli effetti del conflitto?

Come prevedibile, gli indicatori segnalano un rallentamento della crescita in tutti i Paesi. L’aspetto forse più rilevante è che il settore dei servizi ha risentito maggiormente dell’indebolimento dell'attività; un fenomeno particolarmente evidente in Europa, dove la decelerazione del terziario nell’area euro e nel Regno Unito è stata più marcata. Anche negli Stati Uniti l'attività dei servizi ha mostrato segni di cedimento.

Di contro, il settore manifatturiero ha mostrato una tenuta superiore alle aspettative. Negli Stati Uniti il PMI manifatturiero è salito, segnalando una crescita più solida, mentre negli altri Paesi l’attività del settore ha subito un rallentamento ma ha comunque superato le stime di consenso. Parte di questi risultati migliori del previsto è riconducibile all’allungamento dei tempi di consegna, un fattore che di per sé non costituisce una fonte di solidità strutturale. Ad eccezione degli Stati Uniti, i nuovi ordini sono diminuiti, il che suggerisce un probabile indebolimento dei livelli di attività per il prossimo mese.

Allo stato attuale, i dati indicano che la crescita in marzo è stata probabilmente inferiore al trend, pur rimanendo in territorio positivo. Considerando che gli effetti del rincaro dei prezzi energetici non si sono ancora manifestati appieno, permangono margini per un ulteriore rallentamento dell’attività nel secondo trimestre. 

Un altro tema evidente, anch’esso atteso, è l’aumento dei prezzi dei fattori produttivi riportato dalle imprese. Focalizzandoci sul manifatturiero, la quota maggiore di aziende che segnalano rincari si registra nel Regno Unito, nell’area euro e in Giappone; poiché tutti questi Paesi dipendono dalle importazioni di energia, l’incidenza delle pressioni riflette l’ordine di grandezza atteso. Sul suolo americano, l’imposizione di dazi aveva già fatto lievitare i prezzi di acquisto nell’ultimo anno – elemento che, unito al surplus commerciale statunitense nei prodotti petroliferi, contribuisce a spiegare perché negli USA la pressione aggiuntiva derivante dal caro energia sia risultata più contenuta.

Per le principali banche centrali, i PMI sembrano confermare le traiettorie previste, sebbene non offrano maggiori certezze circa le decisioni più urgenti da adottare. Nel corso delle recenti riunioni, alcuni istituti (in primis la BCE) hanno diffuso indicazioni dettagliate sull’evoluzione attesa di crescita e inflazione in base a diversi scenari per i prezzi energetici. Riteniamo probabile che le banche centrali adotteranno risposte divergenti a fronte dell’aumento dei prezzi dell’energia; in particolare, le banche centrali europee hanno sottolineato con enfasi l’intento di scongiurare un nuovo periodo di prolungato scostamento dell’inflazione dal target, una posizione che i dati più recenti difficilmente avranno modificato. La Federal Reserve appare invece orientata a un approccio più attendista, forte di un overshoot inflazionistico più contenuto e preoccupata per la debole crescita dell’occupazione.

PMI. Nuovi ordini e prezzi di acquisto. Ponderati: USA, Area euro, Giappone, Regno Unito
PMI. Nuovi ordini e prezzi di acquisto. Ponderati: USA, Area euro, Giappone, Regno Unito

Fonte: Bloomberg, al marzo 2026.

La settimana prossima

Dopo i PMI flash, la settimana prossima vedrà la pubblicazione di alcuni indicatori economici chiave che aiuteranno a valutare l’entità del rallentamento economico seguito all’inizio del conflitto in Medio Oriente. Negli Stati Uniti verranno pubblicati i dati di marzo relativi ai nuovi occupati, alla disoccupazione e agli indici ISM, oltre ai dati di febbraio sulle posizioni lavorative aperte. I dati relativi al mercato del lavoro danno segni di volatilità dall’inizio dell'anno; per quelli di marzo relativi ai nuovi occupati si prevede un rimbalzo rispetto alla flessione di febbraio, verso un livello coerente con un trend comunque debole.

Nell’area euro, i sondaggi della Commissione Europea sul sentiment delle imprese dovrebbero riflettere il calo già osservato nella fiducia dei consumatori. La stima preliminare del CPI di marzo dovrebbe mostrare i primi effetti del rincaro energetico in Europa, con un probabile incremento intorno al 2,5%.

In Giappone, il CPI di marzo di Tokyo rifletterà verosimilmente l’aumento dei prezzi energetici, risalendo rispetto all’1,6% del mese scorso. Il sondaggio Tankan del primo trimestre rappresenterà un importante termometro del sentiment per le imprese giapponesi, mentre i dati sulla disoccupazione e sulle vendite al dettaglio completeranno il quadro macroeconomico.

Nel Regno Unito, la lettura finale del PIL del quarto trimestre del 2025 dovrebbe confermare una chiusura d’anno debole per l’attività economica, mentre i sondaggi sulle aspettative di prezzo di imprese e consumatori costituiranno un segnale importante per la Banca d’Inghilterra.

Cordialmente,

Sean Shepley
Senior Economist

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