Si ringrazia quando c’è di che ringraziare
Negli Stati Uniti, il Giorno del Ringraziamento è il giorno di festa per eccellenza: ma al di là delle tradizioni familiari, quali dinamiche possiamo aspettarci sui mercati finanziari in questo periodo?
Negli Stati Uniti, il Giorno del Ringraziamento è il giorno di festa per eccellenza e i numeri non smettono mai di stupire: si prevede che verranno consumati più di 45 milioni di tacchini, ovvero un totale di quasi 1,4 miliardi di libbre di carne (circa 3 libbre, cioè più di 1 kg, a persona), per poi rilassarsi comodamente davanti alla televisione o a qualche forma di intrattenimento sui social media. Di certo, le calorie ingerite supereranno di gran lunga quelle consumate!
Al di là delle tradizioni familiari, il Giorno del Ringraziamento segna più o meno ufficialmente l’inizio della stagione degli acquisti natalizi, grazie a strategie pubblicitarie e di scontistica ben consolidate. Quest’anno il consumatore americano presenta un duplice profilo: chi possiede portafogli azionari beneficia dell’aumento delle valutazioni trainato dall’intelligenza artificiale, mentre chi si colloca nella metà inferiore della fascia di distribuzione del reddito avverte sempre più il peso dell’aumento del costo della vita, in un mercato del lavoro che vede le aziende sempre più restie ad assumere. Ciononostante, si prevede che negli Stati Uniti le vendite natalizie supereranno i mille miliardi di dollari.
Per i mercati finanziari, il Giorno del Ringraziamento è un importante punto di riferimento stagionale. Nei mercati del credito, la settimana successiva al Giorno del Ringraziamento per le società è, storicamente, l’ultima occasione per emettere debito prima che, avvicinandosi la fine dell’anno, la liquidità si riduca, mentre gli investitori azionari attendono con impazienza la possibilità di un “rally di Babbo Natale”. Quest’anno, le aspettative per entrambi i mercati sono influenzate dall’apprezzamento dei corsi azionari registrato a partire da aprile (che incoraggia alcune prese di profitto) e dall’aumento degli annunci di spesa per investimenti finalizzati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Infine, a stemperare gli entusiasmi intervengono anche i toni cauti della Federal Reserve (Fed, la banca centrale statunitense). La prudenza della Fed nel fornire guidance dipende naturalmente dall’assenza di dati, ma la sfida maggiore è la situazione insolita che vede da un lato il boom del capex (investimenti in capitale delle aziende) e dall’altro le difficoltà del mercato del lavoro. Sarà probabilmente quest’ultimo fattore a determinare fino a che punto la Fed ridurrà i tassi nel 2026.
Sull’altra sponda dell’Atlantico pare ci sarà molto meno da festeggiare. L’economia britannica sta affrontando un anno di crescita debole e una nuova impennata dell’inflazione, in parte a causa dei prezzi dei generi alimentari, ma soprattutto a seguito dei cambiamenti nelle politiche introdotte dal cancelliere Reeves un anno fa, nel suo primo Bilancio. La revisione al ribasso delle aspettative di crescita a più lungo termine fa presagire la necessità di un inasprimento della politica fiscale, per 20-30 miliardi di sterline (cioé circa l’1% del PIL), nella legge di bilancio del 26 novembre.
Non si può certo dire che il governo britannico stia gestendo bene le comunicazioni in vista della pubblicazione della legge di bilancio. Anzi, c’è stato un vero e proprio slalom: prima le attese sono state orientate verso la necessità di un inasprimento fiscale ancor più aggressivo che prevedesse anche un aumento dell’imposta sul reddito, manovra che nel suo manifesto elettorale il partito laburista si era impegnato a non imporre, e poi sono state deviate nella direzione opposta. Un aumento dell’imposta sul reddito avrebbe rappresentato un inasprimento della politica fiscale molto evidente e politicamente costoso, che avrebbe giustificato un immediato allentamento della politica monetaria; tuttavia, le possibili alternative (tra cui forse un congelamento protratto delle soglie dell’imposta sul reddito e un aumento delle imposte su immobili, plusvalenze e successioni, oltre alla possibilità di prelievi su alcuni settori dell’economia) comportano il rischio di essere più diffuse, diluite nel tempo, e di produrre esattamente la medesima sofferenza ma con minor credibilità.
Un inasprimento fiscale che freni le aspettative di crescita senza promuovere tassi di interesse più bassi sarebbe indubbiamente un esito negativo, non da ultimo per la popolarità a lungo termine del partito laburista. Il principio dell’“interesse illuminato” (enlightened self-interest) dovrebbe spingere il governo ad evitare questa strategia, ma in questo caso le esperienze passate non sono incoraggianti, e la cosa migliore che si possa dire è che le aspettative degli investitori sulla legge di bilancio non sono certo alte.
Spesa per consumi personali negli USA
Fonte: Bloomberg, 18.11.2025. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.
La settimana prossima
Negli Stati Uniti, il calendario delle pubblicazioni risente degli effetti ritardati dello shutdown governativo, mentre i funzionari valutano il modo migliore per recuperare il tempo perso. Le pubblicazioni dei dati potrebbero avvenire con pochissimo preavviso e i dati maggiormente arretrati verranno probabilmente interpretati dal mercato tenendo conto della tempistica dello shutdown. Una visione più chiara dell’andamento del mercato del lavoro avrà comunque una grande influenza sulle aspettative circa la riunione della Fed di dicembre.
Nell’Eurozona la prossima settimana saranno pubblicati i consueti sondaggi di fine mese della Commissione Europea e l’indagine Ifo della Germania. Fino a oggi, l’area euro è riuscita ad evitare il peggio dei ribassi minacciati dall’aumento dei dazi, anche se resta alta l’incertezza sul momentum al rialzo. Da segnalare anche la pubblicazione dei dati dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP) di novembre di Germania, Francia e Spagna, con l’attesa di una stabilizzazione dopo la ripresa dell’inflazione del mese scorso.
Infine, in Giappone, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) di Tokyo di novembre segnalerà probabilmente il protrarsi di un’inflazione persistentemente superiore al target, anche se la Banca del Giappone rimane molto cauta nel rispondere con un rialzo dei tassi di interesse.
Cordialmente,
Sean Shepley
Senior Economist